Riassunti Promessi sposi – ventottesimo capitolo

I Promessi Sposi – riassunto capitolo 28.

Il ventottesimo capitolo de I Promessi sposi è ricco di tristissimi avvenimenti accaduti nel territorio di Lecco, primo fra tutti la carestia che porta ovunque distruzione e morte; unica nota positiva in un tale scenario di devastazione è l’intervento caritatevole del cardinale Federigo Borromeo.

Si aprono le porte del lazzaretto, il luogo nel quale vengono ricoverati tutti coloro i quali vivono in condizioni assolutamente misere ma l’epidemia, favorita dalla coabitazione di tanta gente debilitata, dilaga.

Stagione del raccolto.

Per fortuna l’arrivo della stagione del raccolto fa cessare la carestia e diminuire la mortalità ma, in autunno nuovi flagelli si abbattono su questo territorio: la guerra e la peste.

Rifacendosi ai capitoli XI – XVI, Alessandro Manzoni riassume gli avvenimenti di Milano all’indomani dei tumulti di San Martino. Dopo essi infatti sembra che l’abbondanza sia tornata in quantità e a prezzo basso. Ma tale situazione di grazia è guastata da ‘un’inquietudine’ che aleggia nell’aria ‘un presentimento che la cosa non avesse a durare’ perché tutti ‘consumavano senza risparmio’.

La grida di Antonio Ferrer.

Per tale motivo Antonio Ferrer emana una grida (cioè una legge) secondo la quale chiunque fosse stato trovato in possesso di una quantità di pane superiore alla necessità di due giorni, avrebbe subito ‘pene pecuniarie e corporali’. Pene ancor maggiori sarebbero state inflitte a quei fornai che avessero tenuto la propria bottega poco fornita di pane.

Ma, nonostante tutte le grida e i provvedimenti adottati, la situazione precipita, la miseria dilaga, la carestia incalza in Milano (inverno e primavera del 1629) e la maggior parte della popolazione è costretta a chiedere l’elemosina ivi compresi i bravi che un tempo avevano spadroneggiato e che ora dell’antica spavalderia mantengono solo ciuffi arruffati e abiti un tempo sfarzoso ora ridotti a miserabili cenci; anche l’atteggiamento un tempo spavaldo è ora dimesso e incerto e quel pane che in passato avevano guadagnato con le scelleratezze, ora lo chiedono per carità.

Contadini, giovani, servi licenziati dai loro padroni non più in grado di retribuirli e, di conseguenza figli, mogli, vecchi genitori da costoro un tempo mantenuti, si vedono girar per le strade ‘smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla fame ne’ panni logori e scarsi’ ‘chiedendo pietosamente l’elemosina, o esitanti fra il bisogno e una vergogna’ di chiedere agli altri ciò di cui un tempo avevano avuto piena disponibilità.

Estrema miseria.

Un’umanità quindi assolutamente sopraffatta da un’estrema miseria, un’umanità che a volte si adagia sui ‘covili di paglia pesta, trita e mista d’immondo ciarpume’, improvvisati ai lati delle strade per accogliere di notte qualcuno che ci voglia posare il capo e di giorno coloro i quali, vinti dalla stanchezza e del digiuno, posano su di essi il corpo stremato a volte perfino abbandonato dalla vita.

‘Accanto a qualcheduno di quei covili’ si vede qualche buona persona mossa a compassione ma l’aiuto sistematico e ordinato viene elargito ‘da una mano ricca di mezzi, e avvezza a beneficiare in grande’: è la mano del buon Federigo Borromeo che, attraverso l’opera di sei preti caritatevoli e robusti nel fisico, da lui scelti, fornisce aiuti materiali e spirituali a tutti coloro i quali ne hanno bisogno.

Ma questa carità sovrasta ogni cosa; nelle strade, durante il giorno si avverte un ‘ronzio confuso di voci supplichevoli’, di notte ‘un sussurro di gemiti’, lamenti, urla, invocazioni terminanti ‘in istrida acute’. Dappertutto moribondi e cadaveri e, fra questi, quello di una donna dalla cui bocca esce dell’erba mezza rosicchiata, resto dell’ultimo pasto; sulla spalla della poverina un fagottino con dentro il figlioletto  ‘che piangendo chiedeva la poppa…’ e, per fortuna persone compassionevoli lì sopraggiunte, prendono il piccolo per offrirgli cure materne.

Cadaveri per strada.

Per le strade anche i nobili, un tempo vestiti sfarzosamente e accompagnati da un codazzo di bravi, ora, quasi soli, camminano in modo dimesso, ‘a capo basso, con vestiti logori e miseri e si presentano senz’altro più disponibili verso gli altri’. La presenza dei cadaveri per strada, l’insorgere di malattie fa emergere il pericolo del contagio per cui il tribunale di provvisione decide ‘di radunar tutti gli accattoni, sani e infermi’ nel lazzaretto, una struttura con ‘dugent’ottantotto stanzine’ nelle quali ‘si fece stender della paglia, si fecero provvisioni di viveri’.

Circa diecimila le persone ospitate ma le condizioni igieniche sono pessime, l’alimentazione è scarsa, l’acqua è inquinata, ne consegue che – come il tribunale della Sanità aveva previsto – le morti aumentano vistosamente per cui si decide di mandar via dal lazzaretto coloro che vi erano ospitati. Arriva intanto la stagione del raccolto e, con essa, la fine della carestia e quindi la diminuizione della mortalità.

I lanzichenecchi e Milano.

Ma con il sopraggiungere dell’autunno si verifica un nuovo flagello: la guerra che ora coinvolge tutte le forze politiche europee. Saranno i lanzichenecchi, i soldati mercenari dell’imperatore d’Austria, a portare nel territorio milanese saccheggi, scempi e soprattutto la peste. Il governatore don Gonzalo, per il cattivo andamento della guerra, viene rimosso dal suo incarico. L’esercito alemanno giunge nel territorio di Lecco, vicino al paese dei nostri protagonisti, dei promessi sposi.

 

Riassunti Promessi sposi – ventottesimo capitoloultima modifica: 2012-01-15T19:00:00+01:00da overflow975
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